Su di me

 

Autopresentazione  

Scusate se mi presento… No, non sono il prologo... Vorrei darvi alcune notizie private su di me, perché data e luogo di nascita, curriculum o altro, caso mai vi interessassero, potreste leggerle nella pagina iniziale di questo sito e cioè: 

http://claudiocaramaschi.jimdo.com/ 

 

Quello che non trovereste invece nelle pagine web sopraelencate è quella parte di curriculum che le usanze professionali correnti non permettono purtroppo di citare: i perché e i percome delle strade intraprese o di quelle abbandonate.

Non spaventatevi. Non mi metterò a scriverlo qui adesso. Sarebbe troppo lungo. E magari anche troppo noioso.

Rivelerò invece un segreto che potrebbe tornare molto utile a coloro che abbiano dei figli piccolissimi o si accingano ad averne uno. E cioè quanto sia proficua e stimolante una bella sberla sulla faccia quando non hanno ancora due anni. A tre temo sia troppo tardi e non sortirebbe nessun effetto positivo.

Ovviamente parlo per esperienza personale diretta.

 

Guerra. L’ultima. Quella mondiale. Quella dell’Olocausto.

A Brusatasso, una frazioncina del comune di Suzzara nella bassa mantovana. Mia madre ed io dormivamo sul pavimento dell’andito di casa la cui porta sul retro immetteva in un corridoio, da qui nell’aia e infine in aperta campagna. Pronti a scappare nel rifugio che era stato scavato molto profondamente nel prato più vicino.

Il sopra di questo luogo salvifico era di terra arata, morbida, mondata di tutti i sassi, anche i più piccoli, affinché le bombe cadendoci sopra non potessero scoppiare.

Una notte un tedesco ubriaco, con una torcia accesa in mano, voleva entrare in casa, o meglio nell’andito dal grande portone, che dava su strada e che era stato sbarrato con una trave enorme.

Io dormivo. Mia madre mi sollevò da terra per scappare al rifugio.

Sarebbe stato pericolosissimo starsene acquattati in casa al buio, anche nel più assoluto silenzio, perché la luce della torcia del militare avrebbe potuto attirare l’attenzione di Pippo.

Pippo era l’aereo che di notte perlustrava la zona. E mollava bombe o mitragliate a raffica ogni qualvolta un bagliore, anche il più piccolo, attirava la sua attenzione.

Contrariato cominciai a piangere a voce altissima. Al che, mia madre, certamente spaventatissima, temendo che il pianto venisse sentito dal tedesco ubriaco al di là del portone, senza dire una parola…. pataslànf!!!!

Rimasi senza fiato. Muto.

Come faccio a dirlo? Lo dico perché me lo ricordo benissimo. Quella sberla attivò i meccanismi della mia memoria in maniera direi fuori dal comune.

Infatti i cugini con i quali sono cresciuto, cioè i figli dei fratelli di mia madre, maggiori di me, di pochi mesi, però maggiori, di quel periodo loro non ricordano un bel nulla.

Io invece ricordo il rifugio, le persone del paese che ci venivano assieme a noi durante i bombardamenti più terribili, la finestra del granaio dalla quale di giorno ho visto spesso i caccia sganciare sfilze di bombe nel tentativo di distruggere la stazione ferroviaria di Suzzara o il ponte di Borgoforte sul Po.

E tanto ancora. Per esempio, rivedendo l’attrezzo usato dai miei per insegnarci a camminare, mi sono perfino ricordato di una sensazione provata l’anno prima, quando ancora non avevo compiuto un anno di età: noia!

Era in legno. Una specie di binario sollevato da terra con quattro gambe. Dentro vi scorreva un cerchio nel quale venivo infilato fino alle ascelle di modo che potessi andare avanti e indietro da un capo all’altro del binario senza cadere.

Appunto arrivato per la seconda o la terza volta alla fine del binario, dove dovevo girami ancora su me stesso per tornare di nuovo indietro, ricordo di avere pensato: “Sono già arrivato?! Mi devo voltare ancora? Che barba!”

Per cui miei cari non lesinate sberle ai vostri piccini. Non date retta ai pediatri. Agli educatori. Agli psicoanalisti. E ancora meno ai teneri di cuore. Un buon ceffone in tenera età sviluppa la memoria! Ed è proprio a quel ceffone che sarò sempre grato. Perché senza una buona memoria non avrei potuto diventare attore.

                                                                        

Claudio Caramaschi

 

 

Milano 18.06.2011

 

 

Selbstvorstellung 

Erlauben Sie mir bitte, mich selbst Ihnen vorzustellen…. Nein, ich bin nicht der Prolog... ich mochte nur etwas privats von mir erzählen, weil Sie nähere Angaben wie meinen Lebenslauf u.s.w. in der  Home Page von Jimdo, lesen können d.h.: 

http://claudiocaramaschi.jimdo.com/ 

  

Was Sie jedoch auf den angeführten Webseiten nicht finden werden, ist jener Teil des Lebenslaufs, den die gängigen Sitten und Gebräuche leider nicht zu zitieren erlauben: das Warum und Weshalb der gegangenen und der verpassten Wege. Keine Bange! Ich werde diese jetzt nicht beschreiben. Es würde zu lange dauern. Und es wäre vermutlich auch zu langweilig.

Ich möchte dagegen ein Geheimnis lüften, das für jene enorm nützlich sein kann, die sehr kleine Kinder haben oder demnächst ein Kind bekommen.

Das heisst, wie fruchtbar und stimulierend eine schallende Ohrfeige sein kann, solange die Kinder noch nicht zwei Jahre alt sind. Ab drei fürchte ich, dass es zu spät ist und keine positive Wirkung mehr bringen würde… Selbstverständlich spreche ich aus eigener Erfahrung.

Krieg. Der letzte. Der des Holocausts.

In Brusatasso, einem sehr kleinen Ortsteil der Gemeinde Suzzara in der mantuanischen Tiefebene.

Meine Mutter und ich schliefen auf dem Boden des Hausgangs, der durch eine Hintertür in den Korridor, von dort auf das Tenn und schliesslich auf das offene Feld führte. Allzeit bereit, in den Luftschutzbunker zu laufen, der in der nächsten Wiese eingegraben war.

Der obere Teil dieses rettenden Orts war aus gepflügter, weicher, von allen - auch von kleinsten - Steinen gereinigter Erde, damit die darauf fallenden Bomben nicht explodieren konnten.

In einer Nacht wollte ein betrunkener Deutscher mit eingeschalteter Taschenlampe in der Hand das Haus, oder vielmehr den Gang durch das Tor zur Strasse betreten, das mit einem riesigen Balken verriegelt worden war.

Ich schlief. Meine Mutter hob mich vom Boden auf, um in den Luftschutzbunker zu fliehen. Es wäre zu gefährlich gewesen, zu Hause in der Dunkelheit mucksmäuschenstill zu bleiben, weil das Licht der Taschenlampe die Aufmerksamkeit von Pippo hätte auf sich ziehen können.

Pippo war das Flugzeug, welches das Gebiet nachts überwachte. Und es ließ Bomben oder Maschinengewehrfeuer nieder, sobald es auch nur auf den kleinsten Lichtschimmer aufmerksam wurde.

Verärgert begann ich laut zu weinen. Meine Mutter erschrak zu Tode darüber. Sie fürchtete, dass der betrunkene Deutsche jenseits des Tors das Weinen hören würde und - ohne ein Wort zu verlieren …. pataslànf!!!

Ich blieb ausser Atem. Stumm.

Wie kann ich es erklären ? Ich sage es, weil ich mich sehr gut dran erinnere. Jene Ohrfeige setzte die Mechanismen meines Gedächtnisses in ungewöhnlicher Weise in Gang. Tatsächlich können sich meine Cousins, das heißt die Söhne der Brüder meiner Mutter, die nur wenige Monate älter sind als ich, aber älter, an gar nichts aus dieser Zeit erinnern.

Ich hingegen erinnere mich an den Luftschutzbunker, an die Einwohner des Dorfs, die während der so schrecklichen Bombardierungen mit uns dort zusammen kamen, an das Fenster der Kornkammer, durch das ich tagsüber oft die Jagdflugzeuge gesehen habe, die reihenweise Bomben abwarfen und versuchten, den Bahnhof von Suzzara oder die Brücke von Borgoforte über den Fluss Po zu zerstören. Und an vieles mehr!

Als ich beispielsweise das Gerät wieder sah, das meine Familie brauchte, um uns das Gehen beizubringen, erinnerte ich mich genau an meine Empfindung aus der Zeit, als ich nicht einmal ein Jahr alt war: Langeweile!

Es war aus Holz. Eine Art Schiene, die sich mit vier Beinen vom Boden abhob. Drinnen ein Ring, in den ich bis zu den Achseln gesteckt wurde, damit ich von einem Ende der Schiene zur anderen hin und her gehen konnte ohne umzufallen.

Als ich so zum zweiten oder dritten Mal am Ende der Schiene ankam, wo ich mich wieder um mich drehen musste, um nochmal zurückzugehen, erinnere ich mich, gedacht zu haben: „Bin ich schon am Ende damit ? Muss ich mich schon wieder wenden ? So was Ödes!“

Deshalb, meine Lieben, spart nicht mit Ohrfeigen für eure Kinder! Hört nicht auf die Kinderärzte. Auf die Erzieher. Auf die Psychoanalytiker. Und noch weniger auf jene, die ein weiches Herz haben. Eine schallende Ohrfeige im frühen Alter fördert das Gedächtnis! Und genau jener Ohrfeige werde ich immer dankbar sein. Ohne ein gutes Gedächtnis wäre ich nicht Schauspieler geworden.

 

Ich bedanke mich herzlich bei Frau Ursula Egger-Zeller  für ihre freundliche Hilfe bei der deutschen Übersetzung dieser Vorstellung.

                                                          

Claudio Caramaschi

 

Mailand den 28. 06 2011

 

 

“Grazie di tutto cuore ad un giovane folle”

(a Diego, fratello di Silviana)

di

Claudio Caramaschi

  

Quello che racconterò apparirà senz’altro inverosimile e le considerazioni che ho tratto da questa esperienza vissuta, alla maggior parte di coloro che mi leggeranno, sembreranno i vaneggiamenti d’un vecchio matto. 

 

Non la vedevo da tantissimi anni. Più di dieci certamente. Forse una quindicina. Da quando, lasciata la ditta dove lavoravamo, io a mezza giornata come disegnatore di moda, mi gettai in una nuova avventura. Quella più divertente ed entusiasmante del teatro.

L’ho ritrovata un pomeriggio seduta al tavolino di un minuscolo bar-pasticceria proprio dietro casa mia.

Ne fui molto contento. Quella donna era stata con me molto gentile e assai generosa. Pur essendo la responsabile del personale aveva accettato il fatto che non andassi mai in ufficio in modo regolare. Che cambiassi in continuazione i miei orari di lavoro. Mi concesse addirittura di avere a disposizione un mazzo di chiavi che mi permettesse di svolgere le mansioni di disegnatore anche di sera. O di domenica. Insomma quando ne avevo l’estro.

Era stata un’antesignana fra le pochissime ribelli alla famiglia. Partita da sola per l’Inghilterra aveva lavorato alla pari in case private o negli ospedali. Parlava infatti un perfetto inglese.

Mi insegnò tantissime cose. Che mi tornarono molto utili col trascorrere degli anni. Qualcuna ancora oggi mi serve per superare le difficoltà che talvolta mi capita di trovarmi davanti.

La prima che mi viene in mente è una poesia di Kipling: una incitazione in versi bellissimi a non cedere mai nella disavventura allo sconforto. A restare sempre su dritto anche quando attorno tutto crolla.

Mi diede lezioni di guida, a discapito della salute meccanica della sua automobile che s’era comprata facendo grandi risparmi.

Mi spinse a frequentare dei corsi serali di lingue: inglese e francese. E, capito prima di me che molte delle mie difficoltà mi venivano dal tipo di famiglia dalla quale provenivo, mi incitava a diventare psicologicamente autonomo ad ogni costo. Breve: a crescere e a non compiangermi. Oppure a cincischiare. E nemmeno a tergiversare!

Ho scritto tutto questo per spiegare il mio comportamento che seguì al nostro incontro. Per non apparire alla fine come colui che si veste di abiti non suoi.

Dopo il primo ciao e un mio “cosa posso offrirti?” le chiesi come stava.

Aspettò che sedessi. Poi la risposta fu secca. Senza preamboli. Agghiacciante.

“Ho la leucemia. Mi restano pochi mesi di vita.”

Restai senza fiato.

“Ho passato un brutto periodo… Desideravo morire. L’ho desiderato con tutta me stessa. E … sono stata accontentata.”

Sforzandomi di resistere allo sbandamento cercai di ricomporre i pensieri e iniziai a farle delle domande su quello che mi aveva appena confidato.

Non starò a scrivere per filo e per segno tutta la conversazione che ne seguì. Dirò solamente che aveva una relazione con un uomo buonissimo ma molto “indietro di cottura”. Alla tenera età di quarant’anni abitava ancora in casa con due vecchie zie. E anche adesso nonostante fosse gravemente ammalata la presenza di lui era appena percettibile.

In coda a questo racconto, non so come e in risposta a non mi ricordo quale mia frase, dichiarò con

enfasi e passione che allora, quand’eravamo colleghi, mi aveva amato, era stata innamorata di me.

Ne fui sbalordito e profondamente colpito: all’epoca non m’ero accorto di nulla.

C’è da dire che ero più giovane di lei, non di molto, ma di almeno sette o otto anni. E che a quei tempi avevo verso il genere femminile un comportamento da tonto patentato. O forse non volli egoisticamente vedere, capire. Fisicamente non mi aveva infatti mai attratto. Mi piaceva però frequentarla perché era colta e intelligentissima. Oltre che onesta e buona.

Dire che da quel giorno non riuscii più ad allontanarmi da lei è dire poco.

Cominciai a chiederle perché avesse desiderato di stare così male. A suggerire che forse la leucemia avrebbe potuto essere fermata rimuovendo dalla psiche i motivi che l’avevano indotta a desiderare la morte. Se un analista fosse riuscito, con l’ipnosi per esempio, a far recedere i suoi pensieri indietro nel tempo fino a farle dire quale groviglio di emozioni avesse provocato quello sfacelo, forse… magari… sbrogliandolo… Avevo sentito parlare di questo genere di pratiche e di un medico che le esercitava proprio in quel periodo mentre lavoravo alla radio di Lugano in Svizzera.

Cercai perciò di convincerla a farsi visitare da questo dottore. Temendo avesse difficoltà di carattere finanziario mi offrii di sostenere tutte le spese di viaggio e quelle di una nostra eventuale permanenza in quella città. Era il minimo che potessi fare.

Dapprima nicchiò. Poi dietro la mia grande insistenza cedette. Quel medico purtroppo non poté fare nulla. Anzi ci disse che sarebbe stato tutto inutile, impossibile. Impressionato non volle nemmeno che gli pagassi il consulto.

In seguito continuai a starle vicino il più possibile. Mi comunicò che avrebbe voluto essere sepolta con rito civile. Poi mi confidò che non sapeva come fare per lasciare i suoi risparmi all’uomo con il quale aveva la relazione. Non avendolo sposato disse che il proprio insopportabile parentame, i numerosi fratelli, sorelle, cugini ecc., sarebbero piombati giù come avvoltoi a prendersi ogni suo avere. Il diritto di famiglia lo consentiva.

Volle che mi facessi controllare anch’io da un medico specialista, dall’ematologo che le aveva diagnosticato quella brutta bestia di malattia. Perché, disse, non si sa mai. Più per accontentarla che per altro, mi sottomisi sebbene malvolentieri ad una visita.

Un altro giorno mi chiese di prometterle di fare per lei, dopo la sua morte, una cosa di cui dovrei forse vergognarmi. Ma si trattava della richiesta d’una donna che mi aveva dato tanto senza chiedere nulla e che per di più sarebbe deceduta nel giro di poche settimane. Non potei che acconsentire.

Viveva in un appartamento di edilizia popolare. Dove la quota d’affitto è calcolata in base al reddito dell’inquilino. Voleva che il suo uomo andasse lì ad abitare quando lei non ci sarebbe stata più. Di modo che si rendesse indipendente e autonomo dalle due vecchie zie bigotte e, da quello che ho capito, un po’ molto corte di cervello. Occorreva che testimoniassi in tribunale che era suo convivente da non ricordo più quanti anni. Breve: avrei dovuto dichiarare il falso. Lo feci. Sebbene malvolentieri perché lui, secondo me, non se lo sarebbe meritato. Quando era già morente, una sera mentre mi recavo a casa l’avevo incontrato tutto allegro e gioioso di ritorno da una festa popolare. Già. Dentro e fuori dagli ospedali a portarle i ricambi, a vederla gonfiarsi e sgonfiarsi come un pallone per ogni genere di cure, soprattutto per quelle sperimentali, c’ero io. Lui, il mammolone, non se la sentiva di parlare con la defunta. Eh, sì, non essendoci più la speranza, era proprio come parlare con persona già morta. Perché la percezione del tempo in certi casi assume particolari connotazioni e spinge la mente verso forme orribili, inumane e ciniche. Quando si deve stare con persone condannate ad un’irreversibile fine con relativa scadenza… quando la nostra parola, il tanto esaltato verbo, non è più all’altezza d’una situazione… insopportabili sono i silenzi.

 

Pochi giorni prima della fine mi consegnò una lettera. Era un testamento che dichiarava erede dei suoi risparmi l’uomo di cui ho parlato. A me lasciava la bellezza di tre milioni e mezzo di vecchie lire. Tentai di rifiutare ma disse che era il giusto compenso per quello che ancora avrei dovuto fare per lei. Dopo avermi intestato i suoi buoni del tesoro e il conto corrente mi fece andare alla banca a metterci sopra una firma. Prelevato il quantitativo che mi spettava e pagate le spese funerarie dovevo alla fine trasmettere il rimanente al suo uomo. Di intestargli subito i tanto sudati risparmi non se la sentiva.

Feci per bene tutto quanto mi chiese. Tutto. Eccetto una cosa. Perché nel testamento purtroppo s’era dimenticata di citarla e quindi non ebbi nulla da opporre alla volontà della sua famiglia. La quale subito dopo il decesso si precipitò giù a Milano dalla provincia riversandosi all’obitorio dove lei appena morta giaceva nella bara ancora aperta.

Quel giorno capii perché non li voleva frequentare. Erano a dir poco indecenti. Una delle sorelle fra il vociare degli altri si allungò sopra il sarcofago singhiozzando a dirotto e sgocciolando sul suo volto di defunta una colata di muco. Per poco non vomitai.

Ovviamente imposero un funerale religioso con mio grande disappunto. C’era da aspettarselo. Purtroppo la dimensione numerica dei trogloparenti e la mancata precisazione testamentaria mi obbligarono a sottomettermi al loro volere senza aprire bocca. Sebbene scoppiassi di rabbia. E io di certo non sia tipo che manda giù rospi con facilità.

Così mi sono ritrovato ad entrare di nuovo in chiesa assolutamente controvoglia. Incazzato come una iena. Non per l’avversione che nutro da anni per questo genere di luoghi, ma perché mancavo alla promessa fatta ad una cara amica moribonda. Mi sentivo una merda.  

Appena cominciato il rito funebre ho iniziato a pensare che se lei mi avesse potuto vedere là dentro mi avrebbe dato del cretino. Mi avrebbe fatto notare che avrei dovuto fermarmi all’ingresso e non ritrovarmi in quel luogo maledetto come un coglione qual’ero. Avrei dovuto aspettare fuori sul sagrato la fine di quella inutile cerimonia!    

Mi guardai intorno chiedendomi come avrei potuto andarmene senza farmi troppo notare.

Avevo preso posto in uno dei banchi della terza fila, maledetto me! Il tratto da percorrere per raggiungere l’uscita era parecchio lungo. Troppo lungo. La chiesa era enorme e per giunta semivuota.  

Il senso di colpa crebbe a dismisura. Non mi era mai successo di sentirmi cosi a disagio e fuori luogo. L’odore dolciastro dell’incenso cominciò a darmi fastidio allo stomaco. Dalla rabbia feci considerazioni sull’uso di questa maledetta resina:  

“ Oggi? Perché ancora oggi? Un tempo forse… quando alle funzioni partecipava numerosa la povera gente… poco sovente vestita di abiti puliti e profumati! che sicuramente si lavava ancor meno sovente a causa della mancanza di servizi igienici idonei! Ma oggi?”  

Un’orribile sensazione di impotenza stava per sommergermi perché nulla, non riuscivo a pensare a nulla che mi permettesse di liberarmi da quella insopportabile situazione! Credo di essere stato addirittura sul punto di svenire, tanto il desiderio di non trovarmi più in chiesa era talmente forte da alterarmi il ritmo del respiro. Quando di colpo, inattesa, la soluzione.  

Si spalancò la porta laterale a sinistra dell’altare, vicino alla balaustra. Da qui piombò dentro gridando un giovane, biondo, pelle chiara, di circa venti ventitré anni, che rivelò subito essere folle. Rivolto a noi infatti si mise a fare orribili smorfie , boccacce e sberleffi, emettendo con voce sgradevolissima versi acutissimi.    

La funzione venne interrotta. I trogloparenti presero tutti ad agitarsi e a parlare a voce alta come se improvvisamente ritenessero non essere più sacro il luogo dove eravamo.  

Dall’altare corsero giù il prete e un vecchio sagrestano che per la messa stava facendo le veci di chierichetto. Lo scompiglio fu enorme. Il giovane, piuttosto robusto e di statura notevole, a gambe larghe saldamente piantate per terra, non ne voleva sapere di tornare da dove era venuto.

Veloce presi la palla al balzo e mi affrettai verso l’uscita, fuori all’aperto, dove attesi tranquillo che sortisse il sarcofago per accompagnarlo al camposanto.

 

Nella Grecia antica i folli erano amati e molto rispettati perché ritenuti in diretto contatto coi numi. Fattore che causava loro quel genere di stato mentale. Verrebbe da dire che i Greci ragionassero così: la nostra mente limitata e piccola in quanto umana non può contenere il divino. E pertanto sballa.

Personalmente, da quel momento, ho cominciato a pensare che anche lui avesse un compito da svolgere su questa terra: quello di portare il sereno dove non c’era.

Sono convinto che i nostri pensieri provochino onde o segnali che talvolta si traducono in fenomeni di telepatia. Addirittura in trasmissione di immagini. I miei pensieri quel giorno erano così intensi, forti e dolorosamente neri… talmente tempestosi da varcare le pareti della chiesa ed uscire all’esterno dove vennero captati da quel giovane che non sopportandoli intervenne a suo modo per interromperli.

Ancora oggi, quando ci penso, lo ringrazio di tutto cuore.

Sono folle anch’io? Può darsi.

 

 Milano 14.12.2011